Polinesia

Polinesia Francese

Polinesia — il primo viaggio

Luglio–Agosto 2018

Il viaggio in Polinesia è, nell'immaginario collettivo, il Viaggio — quello con la V maiuscola, quello che ti porta a dire che il paradiso dev'essere un posto simile. L'acque turchesi, le lagune, i bungalow sull'acqua. Quello che non si dice è che la Polinesia è anche un posto reale, con le sue complessità, i suoi momenti meno da cartolina, le code agli aeroporti e i prezzi europei. Ma la magia c'è, è autentica, e sopravvive a tutti questi caveat.

Si parte da Parigi per Papeete — undici ore di volo verso ovest, attraverso il Meridiano del Cambiamento di Data. Si arriva il giorno prima di quello in cui si è partiti. La testa ci vuole un po'.

Moorea — la farfalla

Moorea è l'isola sorella di Tahiti, a 17 km dall'aeroporto di Papeete: 30 minuti di traghetto e ci si trova in un mondo completamente diverso. L'isola ha la forma di una farfalla — due baie profonde che si incuneano nel verde — e dal Belvédère, il punto panoramico in cima, si capisce subito perché Cook chiamò questo posto "the most beautiful island in the world".

La laguna di Moorea è il posto dove si impara a snorkelare con gli squali pinna nera — che girano curiosi ma non aggressivi — e si mangia il poisson cru, il pesce crudo marinato nel limone e nel latte di cocco, con una Hinano ghiacciata seduti sulla spiaggia del parco pubblico. È il comfort food polinesiano per eccellenza.

La spiaggia di Temae, sulla costa est, è la più bella di Moorea — forse di tutta la Polinesia. Sabbia bianca, acqua bassa e chiara per centinaia di metri, il profilo di Tahiti all'orizzonte.

Raiatea e l'isola sacra

Raiatea è la seconda isola più grande delle Isole della Società, e la più importante sul piano spirituale: è considerata la "terra sacra" della Polinesia, il luogo da cui partirono le grandi migrazioni verso Hawaii e Nuova Zelanda. Il sito UNESCO del Marae Taputapuatea — un tempio a cielo aperto di corallo bianco sul bordo della laguna — è uno dei luoghi più carichi di storia e spiritualità di tutto il Pacifico.

Raiatea si visita anche per Tahaa, l'isola gemella con cui condivide la laguna: qui si coltivano la vaniglia e le perle, e le piantagioni si visitano guidati dai produttori locali. I galli cantano ogni mattina dalle quattro — non si scappa.

Un'escursione sul Monte Tapioi mi porta alla vista più bella di Raiatea — ma anche alla disidratazione più grave della mia vita da viaggiatrice. Si parte senza abbastanza acqua, si sale nella giungla umida, si arriva in cima con la febbre. Morale: sempre doppia scorta d'acqua in Polinesia.

Huahine — l'autentica

Huahine è la meno turistica delle isole della Società, e la più autentica. Il villaggio di Fare è una strada con qualche bar, un molo, i cani che dormono all'ombra. Le trappole per pesci tradizionali di Maeva — costruite dai polinesiani secoli fa con pietre impilate nell'acqua — sono ancora funzionanti. Una galleria di artigianato ha un gallo che vive all'interno e funge da mascotte.

Il saluto è Mauruuruu — grazie, in lingua polinesiana. Lo si impara presto, perché si usa spesso.

Bora Bora

Bora Bora è la star della Polinesia — l'isola più famosa, la più pubblicizzata, quella dei bungalow sull'acqua con il pavimento di vetro. E, va detto, è all'altezza della fama. La laguna è il posto più bello che abbia mai visto: un anello di corallo che racchiude acque di tutte le sfumature del turchese, con la sagoma del Monte Otemanu che domina dall'interno.

Si ottiene un upgrade al bungalow sull'acqua — uno di quei momenti di fortuna pura che si ricordano per sempre. Al mattino, aprendo le porte-finestre, la laguna è lì, a due passi. I pesci nuotano sotto il pavimento di vetro.

Durante il nostro soggiorno si tiene la festa dell'Heiva — il festival polinesiano con le danze tradizionali, le gare di canoe, le competizioni di poisson cru. Tutta l'isola partecipa. È il meglio della Polinesia autentica, nonostante il lusso dei resort intorno.

A Bora Bora si snorkela con le razze mante e gli squali limone — i dive master li conoscono per nome. Bisogna toccare il dorso rugoso di una razza mante che ti passa a venti centimetri prima di capire quanto sia straordinaria questa isola.

Rangiroa — l'atollo

Rangiroa è il secondo atollo più grande del mondo, nelle Tuamotu, e un'esperienza completamente diversa: piatta, sabbiosa, senza montagne, con una laguna così grande da non vedere l'altra sponda. Si gira in bicicletta — l'unico modo — e si aspetta il tramonto al Tiputa Pass, dove ogni sera i delfini saltano nella corrente.

Il Lagon Bleu — un laghetto nell'atollo separato dall'oceano, pieno di squali bambini e pesci colorati — è l'escursione da fare assolutamente. La barca del ritorno, però, incontra un vento forte e il mare agitato. Mezza barca si ammala. Io resisto, per fortuna.

Le sere a Rangiroa sono le più buie e silenziose del viaggio: nessuna luce artificiale a disturbare il cielo stellato. La Via Lattea si vede con gli occhi, non servono binocoli.

Tahiti — il ritorno

Si torna a Papeete per l'ultimo giorno. Tahiti, vista dopo le isole, è un choc urbano: traffico, grattacieli, il caos di una vera città. Il marché centrale è bellissimo — fiori, frutta, pareo, perle — ma la città intorno è deteriorata, non sicura la sera. Eppure a Tahiti Iti, la penisola a sud, si trova l'anima autentica: il villaggio di Teahupoo, famoso per le onde più pericolose del mondo, e la chiesa protestante dove il coro canta la domenica mattina a voce piena.

Si parte per Melbourne con in testa una certezza: bisogna tornare. Questa isola mi ha ammalata. E nessuno ha detto che si può venire in Polinesia una volta sola.